DISCORSO DIVINO

Senza “Educare” l’educazione è inadeguata

10 ottobre 2005

“La buona educazione è quella che insegna il metodo per ottenere la pace nel mondo, distrugge la ristrettezza mentale e promuove l’unità, l’eguaglianza e la coesistenza pacifica tra gli esseri umani.”

Il sostegno e ciò che è sostenuto
La buona educazione non consiste nel leggere semplicemente molti libri apprendendo la conoscenza teorica e insegnandola agli altri. Acquisire il mero sapere libresco non serve a niente; forse a diventare un libro voi stessi. La vera educazione è quella che promuove l’unità, l’eguaglianza e la pacifica coesistenza con gli altri esseri umani. Leggere semplicemente libri e periodici, acquisendo la conoscenza teorica, costituisce la cosìddetta “educazione profana”. Nel mondo odierno, molta gente cerca solamente tale tipo di educazione ma questa non può esser definita vera educazione; questa sgorga dal cuore ed è chiamata “Educare”(1) Tra educazione ed “Educare” c’è molta differenza! “Educare” è la base di ogni forma di educazione. “Educare” è adhara (il sostegno) e l’educazione è adheya (ciò che è sostenuto). Tutti i testi che leggiamo ci trasmettono solo l’istruzione e questo è del tutto inadeguato: assieme ad essa si deve perseguire “Educare”.



Grandi poemi epici per grandi rishi
Il Saggio Vâlmîki, nel Tretâ Yuga, scrisse la grande epica Râmâyana che scaturì da lui come espressione spontanea dei suoi divini sentimenti. Così fu anche per il Bhâgavata, composto dal grande rishi Veda Vyâsa (2). Questi grandi rishi dettero espressione ai sentimenti divini, che sgorgavano dalle profondità dei loro cuori, nella forma di queste grandi epiche; per questo esse divennero opere immortali che insegnano le verità eterne. Le grandi epiche raccontano la Vita divina e il Messaggio dei grandi Avatâr e furono composte da grandi rishi che avevano la visione di Dio.



Sîtâ all’eremitaggio di Vâlmîki
Quando Sîtâ viveva con Râma nella foresta, durante il loro esilio di quattordici anni, Râma le insegnò molte cose; ella non le rivelò a nessuno ma seguiva quegli insegnamenti con attenzione. Alla fine del periodo di esilio, Sîtâ, Râma e Lakshmana tornarono ad Ayodhyâ, ove Râma fu incoronato re. Il tempo passava. Egli, un giorno, chiamò Lakshmana e gli ordinò di trasportare Jânakî(3) su un carro e di abbandonarla in un luogo deserto, privo di insediamenti umani, sulle rive del Gange, e poi di tornare. Obbedendo al comando di Râma, egli lasciò Sîtâ nella foresta e tornò nella capitale. Il Saggio Vâlmîki stava attraversando la foresta per tornare al suo eremitaggio, dopo avere fatto un bagno rituale nel Gange, quando le disperate parole di Sîtâ giunsero alle sue orecchie. Dopo aver ascoltato il suo doloroso racconto, egli la consolò e la portò con sé. Sîtâ passava i suoi giorni nell’eremitaggio in costante contemplazione di Râma e della Sua gloria. Quando Lakshmana l’aveva lasciata nella foresta, ella era già in dolce attesa e, al compimento del nono mese, dette alla luce due gemelli: Lava e Kusha. Con l’attenzione amorevole e la tutela del Saggio Vâlmîki, i due gemelli divennero grandi guerrieri, degni figli di Râma.

Un giorno, Sîtâ era persa in profonda contemplazione di Râma; pensava ai giorni felici che aveva passato in Sua compagnia ed era veramente scoraggiata dalla piega degli eventi. In quel momento, Lava e Kusha tornarono all’eremitaggio e videro la madre in lacrime. Non comprendendo la ragione del suo dolore, le chiesero perché stesse piangendo e cercarono di consolarla dicendo: “Madre! Perché piangi visto che hai due figli coraggiosi che sono persino più potenti dello Stesso Signore Râma? Non sottovalutare la nostra forza e il nostro valore.” Il Saggio Vâlmîki, presente al dialogo, esortò Sîtâ: “Madre! Ti prego di controllare le tue emozioni. Questi giovani non sono ragazzi comuni, non sono solamente colti: sono capaci di prendere una decisione appropriata dopo profonda riflessione su una questione ed hanno grande senso di discriminazione e capacità analitica.”



Il sacrificio per ottenere pace e prosperità

Râma, mentre governava, desiderava eseguire l’Ashvamedha Yâga (4), descritto nei Veda, per la distruzione di tutti i nemici e la garanzia di pace e prosperità nel regno. A questo scopo fu scelto un cavallo bianco immacolato e sulla sua fronte fu posta una targa con un messaggio per tutti i sovrani del paese: i potenti potevano tentare di fermarlo se osavano farlo, oppure dovevano accettare la sovranità di Râma e pagarGli tasse e tributi; altrimenti dovevano andarsene. Il cavallo fu liberato nel paese seguito da una imponente armata al comando di Shatrughna; nel corso di questa campagna, essi sconfissero numerosi re assoggettandoli al dominio di Râma. Un giorno il cavallo arrivò vicino all’eremitaggio del Saggio Vâlmîki; i due gemelli Lava e Kusha videro il cavallo seguito dall’esercito, lo catturarono e, letta l’iscrizione sulla sua fronte, decisero di affrontare Shatrughna e i suoi soldati. Domato l’animale, lo portarono nell’eremitaggio di Vâlmîki, tornando poi per combattere i suoi guardiani. Nella battaglia che seguì, essi sconfissero tutti gli avversari uno dopo l’altro.



Una guerra evitata
All’inizio, Bharata e Shatrughna li incontrarono e fecero un ultimo disperato tentativo per dissuaderli dal combattimento dicendo: “Siete ancora dei bambini: protetti dall’amorevole attenzione di vostra madre e del Saggio Vâlmîki, non avete finora affrontato alcuna difficoltà nella vita. Vi preghiamo di abbandonare l’idea di combattere contro la nostra armata; tornate al vostro âshram. Se insistete nel voler combattere, noi siamo pronti.” I due non poterono comunque esser convinti a tornare all’âshram; essi non avevano alcun timore della battaglia e risposero: “Anche noi siamo pronti al confronto.” Così dicendo, con forte convinzione, cominciarono a combattere contro Bharata e Shatrughna e questi, non potendo sostenere la pioggia di frecce che essi scagliavano, cedettero. La notizia fu portata a Râma, ad Ayodhyâ, e Lakshmana fu inviato a continuare la battaglia ma anch’egli andò incontro allo stesso destino dei suoi fratelli Bharata e Shatrughna. Il fatto che i due ragazzi avessero sconfitto Lakshmana, Bharata, Shatrughna ed il loro esercito e desiderassero confrontarsi anche con Lui, giunse a Râma. Egli non ebbe altra scelta che recarsi sul campo di battaglia con le Sue truppe costituite da Hanuman ed altri guerrieri. Seguì una lunga discussione tra Râma e i gemelli, dopodiché essi decisero di affrontarLo in un combattimento finale nonostante Egli cercasse di convincerli a liberare il cavallo e andare via non volendo combattere contro di loro che erano ancora troppo giovani. Mentre il diverbio era in corso, Sîtâ venne a sapere da Hanuman che una guerra catastrofica stava per cominciare tra Râma e i figli Lava e Kusha. Nell’apprendere la notizia, Sîtâ chiuse gli occhi per un momento e visualizzò il volgere degli eventi. Poi così si dolse: “Perché questa grande calamità si è abbattuta sui miei figli? Essi stanno per combattere contro Râma; Egli è grandissimo e invincibile! D’altra parte, la forza dei miei figli è grandissima! Sono dei bambini ancora incapaci di comprendere le conseguenze di questa battaglia disastrosa in cui affronterebbero il loro stesso Padre Râma! Che motivo di vergogna!” Così ella si disperava inerme per ciò che stava accadendo e pensava: “Râma è un nobile re ed un padre ideale. Egli non combatterà contro i Suoi stessi figli; li coccolerà e accarezzerà amorevolmente. Un padre non combatterebbe mai contro i propri figli. Egli insegnerà loro le virtù.” Sîtâ espresse la sua angoscia a Hanuman: “Figlio caro! Questi sono i miei stessi bambini, sono i figli di Râmachandra ma non ne sono consapevoli; sanno soltanto che Râma ha mandato Sîtâ nella foresta causandole grande sofferenza. È per questo che hanno deciso di affrontare i Suoi fratelli e la loro armata e di combattere anche contro Lui Stesso, se necessario, ma io sono convinta che da parte loro non sia corretto muovere guerra a Râma. Proteggermi o punirmi è prerogativa solamente Sua. Egli può avermi fatto soffrire in conseguenza del mio destino e tutto ciò è per il mio bene. Essi non hanno niente a che fare con questo. Io non sono affatto dispiaciuta né biasimo alcuno per la mia sofferenza. Più spesso l’oro è messo nel fuoco e raffinato, più brilla; il suo splendore aumenta ogni volta che viene sottoposto a quel processo.”

Hanuman non era un essere comune: era una grande anima, ben noto per la sua pace interiore, per le sue virtù e la notevole forza fisica. Egli provò grande gioia alle sacre parole di Sîtâ e pensò: “Madre Sîtâ è una donna di eminente virtù; nessuno può superarla in virtù.” Sîtâ corse sul campo di battaglia e consigliò Lava e Kusha di abbandonare la lotta dicendo: “Figli cari! Non è corretto combattere contro vostro Padre, è un grande peccato. Il padre deve essere riverito, adorato e persuaso ad accogliere il vostro punto di vista ma non si dovrebbe tentare di sottometterlo facendo guerra contro di lui; albergare certe idee è un’assurdità. Quali che siano le circostanze in cui vi trovate, un padre è un padre e va riverito come tale; non dovete andare contro il suo comando. Cari bambini! Vi illudete pensando di essere grandi guerrieri ed esperti nell’arte del tiro con l’arco. Pensate di poter vincere qualunque grande guerriero con la vostra maestria in battaglia ma tutto questo è arroganza nata dall’ignoranza; tenetevi lontani da questa ignoranza. Râma è, in verità, il Signore Nârâyana, il Divino in Forma umana. Non dovete prendere la strada dell’opposizione a un così grande Râma. Se, nonostante il mio consiglio, deciderete di combattere contro il vostro stesso Padre, io non continuerò più a vivere su questa terra e sarà per me motivo di grande vergogna chiamarvi miei figli. Vi prego di non abbandonarvi ad atti così scellerati.” Così Sîtâ consigliò i suoi figli Lava e Kusha. Fu allora che Râma comprese che Lava e Kusha altri non erano che i Suoi stessi figli e, similmente, anche i due gemelli compresero che la loro guerra era diretta esclusivamente contro il loro padre e quindi caddero subito ai piedi di Lui implorando perdono.

Vâlmîki compose la grande epica Râmâyana esattamente secondo gli eventi, senza alcuna invenzione o falsificazione dei fatti. A quei tempi, i grandi saggi e veggenti non dicevano altro che la verità.



“Di’ la Verità, segui la Rettitudine”
Il Signore Râma seguì sempre i princìpi gemelli di Satya (Verità) e Dharma (Rettitudine). La Sua intera vita fu una saga di questi grandi valori umani. Egli non solo seguì questi grandi valori ma si adoperò ad esortare tutti al Satyam vada (dire la Verità) e al Dharmam chara (seguire la Rettitudine), non si impegnò soltanto nel mero predicare il Dharma ma nel praticarlo sinceramente. Da allora, la pratica giornaliera del pârâyana (la lettura reverenziale) del Râmâyana si è instaurata nella cultura indiana, nell’etica indiana. Credo abbiate visto che anche nel nostro âshram si canta o recita la gloria del Râmâyana, del Bhâgavata e del Saptasatî durante il Veda Purusha Saptâha Jñâna Yajña(5)officiato ogni anno.

Dovete sviluppare fede in Dio. Se date spazio al dubbio, anche il briciolo di fede che avete si perderà; la fede in Dio è il requisito essenziale per ogni essere umano. Qual è il significato della parola mânava (essere umano)? Essa indica uno che ha fede in Dio. Nei tempi attuali, per sua sfortuna, l’uomo sta gradualmente perdendo questa fede. Dio compie la Sua Missione avatarica tramite gli esseri umani. I comandamenti essenziali che Dio si aspetta che l’uomo osservi sono Satyam vada (di’ la Verità) e Dharmam chara (segui la Rettitudine) ma oggi l’uomo va contro la volontà di Dio e distorce questi princìpi in Satyam vadha (uccidi la Verità) e Dharmam chera (imprigiona la Rettitudine). Il paese prospera solo quando questa tendenza è invertita e la gente segue questi principi nella loro corretta prospettiva. La Verità è eterna.



“La Verità è Dio: di’ la Verità.”



Solo la Verità vi proteggerà. Domani, spiegherò questo punto nei dettagli.



Dio è amorevole, mai punitivo
Incarnazioni dell’Amore!

Dio è colui che protegge sempre; Egli non punisce. La gente è incapace di comprendere questa verità. Alcuni, non riuscendo ad accettarla, Gli attribuiscono sentimenti indegni e Lo accusano di far soffrire persone innocenti. Attualmente vengono pubblicati numerosi libri su “Dio”, sulla “Divinità” ecc., ma nessuno di essi glorifica i valori umani così come venivano praticati dai protagonisti del Râmâyana. Questa grande epica è stata tradotta in numerose lingue, compreso il russo, ed è un classico assai letto dovunque. Numerose persone non indiane non solo leggono il Râmâyana nella loro lingua ma addirittura riveriscono e adorano questa grande epica. L’altro giorno, la moglie del Presidente del Kazakistan, una repubblica della ex Unione Sovietica, è venuta a Prashânti Nilayam e ha ascoltato il Mio Discorso sul Râmâyana con grande rispetto e gioia. In effetti, il Râmâyana è molto considerato nei paesi ex comunisti; essi hanno sviluppato grande fede e devozione nel Râmâyana e nel suo stile di vita. Sfortunatamente, a tal riguardo, gli Indiani sono in ritardo. Il Râmâyana è un grande testo spirituale che tutti dovrebbero leggere con reverenza e devozione assolute.

Dio ama tutti gli esseri umani; Egli non odia nessuno. In effetti, termini come ira, odio, violenza ecc. non esistono affatto nel Regno di Dio. Al giorno d’oggi, un tale “Amorevole Dio” viene criticato sempre più frequentemente. La Missione avatarica intende portare una trasformazione nei cuori degli esseri umani. Dovete esser capaci di riconoscere un fatto: la trasformazione globale degli esseri umani è già iniziata e, tra poco, noterete che l’intera comunità umana si unirà e vivrà in pace e unità attenendosi all’ideale auspicato nella preghiera vedica:



Viviamo insieme, cresciamo insieme, insieme acquisiamo intelligenza

e viviamo in reciproca armonia.



L’era d’oro si avvicina
Io vi garantisco che l’era d’oro è molto vicina. Le personali rivalità, differenze e odio verso gli altri diverranno cose del passato in Bhârat (India) e in tutto il mondo.

Incarnazioni dell’Amore!

Nessuno può descrivere l’Amore di Dio in alcun modo; se voi odiate un Dio tanto amorevole è come se odiaste voi stessi. Tutti voi, quindi, amate Dio. Le celebrazioni di Navarâtrî e del Veda Purusha Saptâha Jñâna Yajña si stanno felicemente concludendo. Nell’ultimo giorno dello Yajña verrà officiato il Pûrnâhuti che è un rituale simbolico in cui tutti voi offrite le vostre qualità demoniache al fuoco sacrificale e ne uscite puri e consacrati. Ancora una volta vi ricordo di ripetere il Râmanâma (il Nome di Râma) ovunque siate e in qualunque circostanza vi troviate. Non dimenticate mai questo grande Râmanâma e continuate a recitarlo fino al vostro ultimo respiro.



(Baba ha concluso il Discorso con i bhajan: “Râma Râma Râma Sîtâ…” e “Shrîmad Ravikula…”



Prashânti Nilayam, 10 ottobre 2005,

Sai Kulwant Hall,

Festività di Dasara



(Tratto dal testo inglese pubblicato sul sito internet dello

Shrî Sathya Sai Central Trust di Prashânti Nilayam)

Note:

1. “Educare”: tale termine ha un’evidente derivazione latina ma Baba ne ha coniata, a sottolinearne l’importanza, un’originale pronuncia all’inglese. Esso, pertanto, dovrà esser letto “Ediuchèaa”, essendo il connubio di due parole: Edu, che sta per “Education” (Educazione), e Care, che significa “cura”, “attenzione”. Educare significa, dunque, cura o attenzione nei confronti dell’Educazione.

2. Veda Vyâsa: è un epiteto del grande Saggio Vyâsa, vissuto nel 3800 a.C. circa, che sta a indicarne la sacra missione di ordinatore e compilatore dei Veda.

3. Jânakî: patronimico di Sîtâ, perché figlia di Janaka, sovrano di Mithilâ.

4. Ashvamedha Yâga: “Il sacrificio del cavallo”.

5. Veda Purusha Saptâha Jñâna Yajña: “Sette giorni di adorazione della Personalità Divina glorificata nei Veda”