DISCORSO DIVINO

Capire la cultura indiana

15 settembre 1988

I devoti di Vishnu sono convinti
che la Divinità da loro adorata
sia superiore a tutte le altre.
La stessa cosa dicono i devoti di Shiva,
di Ganapati, di Sarasvati, di Allah,
di Cristo, di Sai.
Molti ritengono tuttavia
che tutte le Divinità adorate dagli uomini
si equivalgano,
ma che l'unico essere divino
accettabile da tutte le religioni sia Sai.
È vero, ed Io lo confermo davanti a voi
che siete qui riuniti.
* * *



Incarnazioni del Divino Amore!

L'Uno si fa Molteplice
[1] Dio è incomparabile e indescrivibile. Nessuna grandezza, nessuna dimensione può esservi paragonata: è Dio, unico ed onnipresente. Questo è tutto quanto si può dire. Il raffronto è possibile soltanto se c'è una seconda entità: ma qui non ce n'è un'altra. E per dimostrarlo, Dio, essendo unico, volle moltiplicarsi e, con un semplice atto del Suo Volere, emanò da Sé tutta la molteplicità del Creato. Tutte le religioni hanno accettato questo principio. La stessa Bibbia afferma che Dio creò l'uomo "a Sua immagine e somiglianza". Da questa unica Entità sono emerse tutte le altre, ma solamente l'uomo è stato dotato della capacità di controllo sulla propria natura, e qualora sapesse servirsene nel modo giusto, i suoi istinti animaleschi diminuirebbero fino a scomparire. Dio viene sulla terra in forma umana. Non bisogna credere che l'uomo sia un semplice agglomerato di elementi; la costituzione fisica degli uomini è la stessa, ma ogni essere umano ha i suoi propri pensieri, diversi da quelli di qualsiasi altro.

Dharma e devozione
[2] La cultura tramandataci dagli antichi figli dell'India è tale che n‚ col passare dei secoli, n‚ col sovrapporsi di altre culture più recenti, ha subìto variazioni; non può dissolversi, n‚ ricrearsi, n‚ cambiare, perché ha preso ispirazione dal Dharma, l'eterna Legge Divina, che è la sua misteriosa corrente. La devozione occupa in questa cultura un posto di grande rilievo, ma non deve essere confusa con l'abitudine invalsa di frequentare templi o compiere pellegrinaggi, azioni meramente esteriori, marginali che, per avere senso, devono essere mosse da una forza interiore, dall'Amore assoluto, disinteressato, il solo che possa essere chiamato "devozione".

L'Amore incausato
[3] L'Amore, quale conseguenza di una qualunque causa, non può dirsi vero Amore.



Come il fiume cerca istintivamente il mare, come il vilucchio si attacca istintivamente all'albero, così l'amore, senza subire pressioni di sorta, cerca spontaneamente Dio, e questo suo slancio verso la Divinità non ha riscontro nell'amore terreno; scorre naturalmente per avvicinarsi a Dio ed unirsi a Lui; aspira solo a Dio e nient'altro lo interessa; Lo cerca dovunque perché sente che è dovunque; sa che Dio è unico e che si manifesta nella varietà delle cose, che ogni oggetto è stato da Lui creato e che i nomi e le forme sono il risultato del Suo volere.



L'Atma
[4] L'uomo non lo ha capito e continua a far distinzioni fra Dio e le cose da Lui create; perciò è infelice. La causa di questa incomprensione è l'egolatria che gli impedisce di vedere la Divinità; ma se riesce ad annullare il proprio ego, assoggettandolo all'Atma (12) di cui è un'emanazione, la Divinità si ridesta in lui ed egli si ritrova libero. Tutto ha origine dall'Atma, anche l'ego e, fintantoché l'uomo non lo avrà annientato, l'Atma gli sarà impenetrabile.



Come l'acqua esiste anche in mancanza di pesci, mentre questi senza l'acqua non possono vivere, l'Atma esiste indipendentemente dall'ego che, senza Atma, è inconsistente, è una specie di illusione che rende l'uomo schiavo. Il mondo intero trae origine dall'Atma, vive nell'Atma, è unito all'Atma. L'Atma è Dio.

L'uomo è anche lui nato da Dio, vive in Dio e a Dio ritorna, come il vapore acqueo che si forma, vive e ritorna all'acqua. L'uomo può essere paragonato al vapore acqueo e Narayana all'acqua.



Visione unitaria
[5] L'essenza della spiritualità consiste nel riconoscimento del legame inscindibile che unisce tutti gli esseri a Dio; l'uomo, per poter sperimentare la vera Beatitudine, deve arrivare a vedere il rapporto esistente fra l'Unità e la Molteplicità e sentirsi unito in un solo Tutto col Creato e con l'unico Spirito Creatore.

La devozione non chiede
[6] La devozione non può limitarsi alla preghiera, ai pellegrinaggi, all'edificazione di chiese o ad altre attività di questo genere; lo yoga e simili pratiche hanno un'importanza secondaria. Se la esaminate a fondo, scoprirete che l'autentica devozione non chiede nulla, mai. Il Sé rimane intatto, non si sminuisce, è vivente, è se stesso.

Il Seme
[7] Le svariate cose esistenti intorno a noi hanno un'unica origine; un unico seme le ha generate, come un unico seme dà vita ad un grande albero che poi mette rami e foglie e fiori e frutti, i quali esistevano già allo stato latente, nel piccolo seme. "Io sono il seme da cui tutte le creature hanno preso forma" attesta la Gita. Da Dio - il Seme - la Natura intera, che corrisponde all'albero, ha avuto la sua genesi. Le relazioni che si stabiliscono nel mondo sono simboleggiate dai rami; i sentimenti corrispondono alle foglie e ai fiori, mentre la nostra vita è il frutto che contiene il seme, il quale a sua volta si moltiplica in un'infinità di altri semi. Ogni essere animato ha in sé quel seme e tutto ha inizio per un atto volitivo del Creatore; perciò bisogna cercare tenacemente di ricongiungersi a Lui. Questo è possibile attraverso il sentimento dell'unitarietà.



L'anelito delle Gopi
[8] Ai tempi di Krishna, le Gopi (13) non aspiravano che ad unirsi a Lui:

Se Tu fossi un albero, vorremmo essere i viticci
per attaccarci a Te.
Se Tu fossi un fiore, vorremmo essere le api
per sciamare su Te.
Se Tu fossi l'oceano, vorremmo essere i fiumi
per immergerci in Te.
Se Tu fossi il cielo infinito,
vorremmo essere le piccole stelle
per scintillare in Te.
Se Tu fossi la vetta più alta,
vorremmo essere impetuosi torrenti
per scorrere su di Te.
Dio, Dio onnipotente,
noi non viviamo, non possiamo vivere
lontane da Te.
Vorremmo giocare con Te.
Vivere con Te.
Esalare l'anima nostra in Te."

Un autentico devoto dovrebbe avere aspirazioni e sentimenti analoghi a quelli delle Gopi, e non limitarsi a lodare e glorificare il Signore quando tutto procede bene e muoverGli delle critiche non appena qualche cosa contrasta le sue aspettative.

La devozione di Dharmaraja
[9] Oltre alle Gopi, anche Dharmaraja, il maggiore dei fratelli Pandava, aveva quel sentimento devoto verso Krishna, sul quale non nutriva dubbi di sorta, qualunque fosse la situazione penosa e problematica che aveva da affrontare. Nel fitto di una foresta o in città, sulla cima di un monte o in pianura, dovunque venisse a trovarsi, era pienamente convinto che Krishna gli fosse vicino ed a Lui si affidava. Compenetrato da un amore tanto profondo, viveva sereno e felice.

Le ragioni dell'Avatar
[10] Quando Dio si incarna, ha sempre qualche motivazione per farlo. La nascita dell'uomo, invece, dipende sempre dalle azioni da lui compiute in una vita anteriore, ed anche il tipo di nascita è determinato dalla qualità delle sue precedenti azioni. Stando così le cose, l'uomo fa fatica a credere che Dio possa prendere forma umana e vivere come gli altri esseri mortali.

Quali sono i motivi che spingono Dio ad incarnarsi? Il motivo principale è dovuto non alle azioni umane, che non possono influire sulle decisioni divine, ma agli effetti che quelle azioni producono. Gli Avatar vengono per fermare lo stato di depravazione che il comportamento degli uomini ha generato e per far trionfare la virtù delle persone pie e devote. L'apparizione di Narasimha (14) fu provocata sia dagli avvenimenti verificatisi a causa dell'empietà di Hiranyakashipu, sia dalla grande fede di Prahlada.

I motivi che muovono Dio a scendere sulla terra sono da ricercarsi nei sentimenti delle persone, nei fatti risultanti dalla condotta degli esseri umani, non nelle azioni in se stesse. Per capire bene questo sacro mistero è necessario seguire un certo ragionamento.



I cereali hanno bisogno d'acqua per giungere a maturazione ma, per quanto la desiderino, non possono raggiungere il cielo, e così aspettano continuando a desiderarla, finché le nubi scendono al loro livello e si aprono per riversare su di loro tutta l'acqua di cui hanno grande necessità.

Il bambino corre tra le braccia di sua madre appena lei lo chiama. Per proteggerlo, nutrirlo e vezzeggiarlo, la madre si piega sino all'altezza di lui e lo prende in braccio.



In maniera analoga Dio, quale madre amorosa, viene fra gli uomini per incoraggiarli, proteggerli e riversare su di loro tutta la Sua tenerezza, oltre che per rinsaldare i principi del Dharma, ossia la Rettitudine e la Giustizia. La Sua è una "discesa"; dal Suo altissimo livello Egli si porta a misura d'uomo per aiutare l'umanità sofferente. Ma gli uomini non tentano neppure di scoprire il segreto della Sua misteriosa discesa.

La devozione cattura Dio
[11] "Non c'è cosa più grande della devozione", disse una volta Narada (15) ai suoi discepoli. Uno di loro gli chiese:

"La terra è grandissima; come può la devozione essere più grande della terra?"

"Sì, la terra è vasta, ma per i 3/4 è occupata dall'acqua. Allora l'acqua è più vasta della terra?" domandò ancora Narada.

"L'acqua è più vasta della terra", confermò il discepolo.

"Ma se è così, il Saggio Agastya che bevve in una sorsata l'oceano intero è più grande anche dell'oceano?"

"Certo, Agastya è più grande", assentì il giovane.

"Ma Agastya è più piccolo della stella più piccola. Chi è dunque più grande, il cielo o Agastya?"

"Il cielo", ammise il discepolo.

"Bene, ora ascolta: quando Dio venne sulla terra sotto l'apparenza di Vamana, chiese per sé un'estensione di terreno pari a tre dei suoi piedi; poi coprì la terra con un piede ed il cielo con un altro e non ebbe più spazio per il terzo piede. Se il piede di Vamana potè coprire tutto il cielo, significa che il piede di Dio è più grande della volta celeste, è così?"

"Sì, - confermò il giovane allievo - e se Dio ha un piede tanto grande, Egli è certamente immenso!"

"E Dio, con la Sua immensità, è stato catturato dal cuore di un devoto; quindi il cuore di un devoto supera in grandezza lo stesso Dio. Perciò - concluse Narada - vedi bene che nulla può superare la devozione".

Devozione e immortalità
[12] Non c'è farmaco più potente: con la devozione può esser curata ogni malattia. Non c'è un testo sacro che non abbia lo stesso valore. Infatti, le sacre scritture ed i rituali non sono che le sue parti supplementari. Per sentirsi uniti a Dio è necessario sacrificare tutto: l'immortalità si conquista solo col sacrificio.

Le 3 vie
[13] Perché si possa intuire il mistero della Divinità, sono state indicate tre vie: l'azione, la conoscenza e la devozione. Quest'ultima è indubbiamente superiore alle altre, perché riesce a penetrare il mistero dell'unità nella diversità, che è il sottile segreto divino.

I 3 stati
[14] Nello stato di veglia si fanno delle esperienze; quando si sogna se ne fanno delle altre; durante il sonno profondo le esperienze sono di tutt'altro genere. I tre stati sono uno diverso dall'altro, ma lo sperimentatore è unico, è la coscienza, presente in tutti gli esseri umani, che non subisce mutamenti col cambiare dello stato fisico.

Rispetto delle opinioni
[15] Il modo di pensare varia da un paese all'altro, ma nessuno è autorizzato a sostenere che le proprie opinioni ed i propri sentimenti siano migliori di quelli degli altri popoli, nessuno ha il diritto di criticare le idee e le convinzioni altrui.



Una volta, durante un viaggio in treno, nell'attraversare un ponte sul fiume Godavari, un passeggero proveniente da un villaggio di campagna gettò due monete nel fiume, dicendo: "Spero che il Godavari gradisca la mia offerta". Un ufficiale che si trovava nello stesso scompartimento, si mostrò irritato; accese una sigaretta, poi cominciò la sua tiritera sulle folli superstizioni degli Indiani, che spingevano la gente a buttar via i soldi in modo tanto sciocco. Il contadino ribatté sorridendo: "Signore, io offro due monete al fiume una o due volte all'anno, ed ogni volta quella piccola offerta mi procura una gioia intensa. Lei critica il mio gesto che, secondo il suo punto di vista, mi fa sprecare il denaro. Lei è una persona colta, ha una posizione elevata, eppure fuma in presenza d'altri e non pensa al male che fa. Chi non conosce i propri errori non può permettersi di giudicare il prossimo. Lei si irrita perché io getto due monete nel fiume; ma si è chiesto quanto spende in sigarette che, oltretutto, le rovinano la salute? Mi considera sciocco perché butto via due monetine; ma non pensa al denaro che lei manda in fumo? Gli Indiani non sono poi tanto sciocchi come lei sostiene, mi creda".



Le critiche all'India
[16] Le storie e le imprese dei figli dell'India sono abbastanza note, ma coloro che non sanno capire il significato delle tradizioni culturali indiane, le criticano. Si accusano gli Indiani di superstizione perché continuano ad adorare gli alberi e le altre manifestazioni della natura. Ebbene il cuore degli Indiani è grande ed il loro sentimento religioso si estende a tutti gli esseri viventi, uomini, animali e piante, perché ogni manifestazione del Creato è degna di essere venerata in quando Dio è dovunque, è presente in ogni singolo essere della natura. Chi muove tali critiche e giudica insensati gli Indiani non sa quale significato racchiuda un tale sentimento religioso. Ogni atto sacrale in India ha una grande importanza; ogni celebrazione, ogni festa è associata alla Divinità, è intrisa del Divino.

In ogni ricorrenza festiva, gli Indiani purificano il corpo e la mente, celebrano dei riti, offrono noci di cocco, santificano la giornata con la preghiera e con pensieri religiosi; seguono cioè le pratiche tradizionali, che hanno tutte un loro sottile significato.

L'evoluzione
[17] Per effetto dell'evoluzione avvengono molti cambiamenti: si dice che una piccola lucertola possa diventare un coccodrillo, che i gatti domestici possano inselvatichirsi e trasformarsi in tigri e che i topi tendano a diventare elefanti... Ecco perché Ganesha (16), raffigurato con la testa di elefante, ha per veicolo un topolino... L'uomo proviene dalla scimmia, di cui ha conservato i difetti: la sua evoluzione è stata solo esteriore, e per eliminare le qualità scimmiesche deve ricorrere a discipline spirituali. Al momento della nascita è assolutamente privo di impurità; man mano che cresce si formano in lui certe tendenze e, se si aggrega a compagnie poco raccomandabili, acquisisce certe attitudini negative e assume degli atteggiamenti egoistici: in breve, cade in balia del proprio ego.

L'uomo vecchio
[18] L'uomo deve vivere e comportarsi da uomo; deve saper affrontare con animo forte ogni difficoltà che incontra, pronto a lottare per superarle. Deve sentire la superiorità del suo stato "umano" e conoscere appieno il significato che il termine "uomo" comporta. "Uomo" è chi sa rendersi libero dall'ignoranza. In sanscrito "uomo" si dice manava. Ma vuol dire "non"; nava significa "nuovo". Dunque: l'uomo non è nuovo, è nato molte volte ed ha ereditato le vecchie tendenze che di vita in vita si è portato appresso.

Ganapati
[19] La Divinità che oggi celebriamo è stata descritta in varie maniere. È possibile fissare una testa di elefante ad un corpo umano? Che cosa significa questa raffigurazione? Si ritiene che l'elefante sia l'animale più intelligente, tanto che ne è nato un proverbio. Per indicare una persona dalla mente molto sveglia, si dice che ha "l'intelligenza di un elefante". Poiché Ganapati è estremamente intelligente, gli è stata attribuita una testa di elefante. Un altro nome di Ganapati è Vinayaka, ossia colui che può portare a compimento imprese straordinarie, che può fare da guida ed essere un capo avveduto ed abile; Ganapati, appunto, Signore dei Gana, ossia Signore e Sovrano delle moltitudini celesti.

Lo scrivano di Vyasa
[20] Vyasa, il compilatore del Mahabharata (17), si rivolse proprio a lui per la stesura dell'opera, e Ganapati accettò a patto che il lavoro fosse fatto senza interruzioni. Vyasa incominciò subito a dettare, ma Ganapati scriveva tanto in fretta da non lasciargli il tempo di pensare alla frase successiva. Allora ricorse a delle frasi sempre più difficili e complicate, così da evitare che Ganapati finisse di scrivere prima che lui avesse formulato la nuova strofa. Lo scrivano non si lasciò vincere dalle difficoltà e andò avanti a scrivere velocemente sotto la dettatura di Vyasa, finché l'opera fu portata a termine.

Il Mahabharata
[21] Il Mahabharata comprende centomila strofe e, una volta finito, si scoprì che non si trattava di un testo comune, ma di un'opera straordinaria che raccontava avventure stupefacenti, sotto le quali si nascondevano verità sottili, molto difficili da capire... Uomini, dèmoni e dèi pregarono Vyasa di dar loro l'opportunità di leggerla, ed egli la divise in tre parti uguali che distribuì a ciascuna delle tre categorie; gli rimase una strofa isolata, formata da undici sillabe. Divise anche questa in tre parti, ma rimanevano ancora due sillabe che non sapeva proprio come fare a dividere equamente; d'altronde erano sillabe sacre, e non potevano andar perdute, perché insieme significavano Hari, Rama, Krishna, Sai; e così le attribuì ai nomi di Dio. L'India si prende cura degli uomini e protegge i loro ideali, ma li induce anche a scoprire le verità arcane.

Universalità di Ganesha
[22] Quali sono le prerogative di Ganesha? L'uomo ha davanti a sé molti ostacoli e prega Ganapati perché lo aiuti a superarli. Ganapati è accettato da tutti e, quando la gente si riunisce per pregare, la prima preghiera è sempre rivolta a Lui. Perché? Perché Gli si attribuisce tanta importanza? Vediamo.

La vittoria di Ganesha
[23] Al tempo dei tempi, Parvati ed Ishvara (18) decisero di affidare ad uno dei loro due figli il comando delle schiere celesti. Ma a chi affidarlo, a Subrahmanya o a Ganesha? Per stabilire quale dei due fosse il migliore e in grado di sostenere una responsabilità tanto grande, li sottoposero ad una prova. Dissero loro: "Ormai siete grandicelli e non potete più starvene inattivi. Dovete impegnarvi in qualche compito, altrimenti diventerete oziosi. Per santificare il corpo, il tempo ed il lavoro, bisogna applicarsi a fondo, così da impedire che le cattive idee si facciano strada nella vostra mente. Ora vorremmo assegnare ad uno di voi un incarico molto importante e lo assegneremo a chi farà più velocemente il giro del mondo".

Subrahmanya corse a prendere il suo pavone, ma Ganesha, che non aveva un veicolo tanto veloce, non sarebbe potuto andare tanto lontano. Parvati e Parameshvara si chiesero imbarazzati come avrebbe fatto a superare la prova. Intanto, in attesa di partire, Subrahmanya si sedette vicino al fratello. Questi si alzò e fece un giro intorno ai genitori, poi si sedette di nuovo dicendo: "Ecco ho vinto la gara". Meravigliati gli chiesero come potesse fare quell'affermazione, dato che ancora nessuno dei due era partito. "Bene, - spiegò Ganesha - Dio è onnipresente. Potete forse indicarmi un luogo in cui Parvati ed Ishvara siano assenti? Perciò, un giro intorno a voi equivale ad un giro fatto intorno alla terra!".

Intelligenza di Ganesha
[24] Poiché Ganesha aveva dimostrato di possedere un grado di intelligenza elevatissimo, fu chiamato Ganapati e divenne il capo delle schiere celesti. In questo racconto ci sono molti argomenti su cui meditare. Perché la testa di elefante è attribuibile a Ganesha? Un uomo con la proboscide e le zanne può apparire veramente brutto, ma Ganapati non lo è, anzi la sua bellezza è straordinaria. Soltanto chi è dotato di grande intelletto può permettersi di occupare una posizione elevata, e perché gli uomini potessero capirlo, Ganesha fu raffigurato con la testa di elefante.

Le 10 teste di Ravana
[25] La stessa cosa può dirsi per le dieci teste di Ravana(19). È forse concepibile un uomo con dieci teste? No, certamente, sarebbe assurdo. Come potrebbe dormire e muoversi? Le dieci teste sono un simbolo dei sei principali vizi umani, ossia l'ira, l'avidità, l'invidia, l'avarizia, la superbia e la lussuria, nonché dei quattro aspetti mentali: la mente, la coscienza, l'intelletto e l'ego. Chiunque può essere chiamato Ravana, in quanto tutti hanno le stesse dieci teste che Rama, supremamente giusto, fece cadere una per una, eliminando a poco a poco tutte le debolezze dell'animo e della mente.

L'origine dei desideri
[26] Purtroppo oggi l'uomo non sa liberarsi dei propri difetti, ma va a cercarli negli altri. Se si vuol seguire il cammino spirituale, è anzitutto necessario annientare l'ego che è all'origine dei desideri, i quali, sempre a causa dell'ego, continuano a moltiplicarsi all'infinito: "Vorrei essere molto istruito, molto ricco, potente, bello, avvenente, e così via". Sono desideri che non hanno mai fine. Non bisogna oltrepassare certi limiti, altrimenti la natura umana degenera; ma sfortunatamente i desideri dell'uomo sono sempre più numerosi e vanno oltre il lecito. Le belve, gli animali domestici e gli uccelli non ne hanno tanti, ma essi sono privi di ego e di bramosia, che soltanto l'essere umano mostra di avere. L'uomo deve cambiare, è indispensabile. Dio scende sulla terra in forma umana proprio per questo. Gli animali vivono secondo natura e la loro vita è adatta alla specie a cui appartengono. L'uomo continua ad istruirsi, l'ego e la presunzione aumentano e mettono radici profonde. Eliminate, dissolvete l'ego, cosicché le qualità umane possano rifiorire in voi ed annientare le caratteristiche animalesche.

Capacità intellettuali
[27] Siddhivinayaka e Buddhivinayaka: i grandi poteri e l'intelletto di Vinayaka. Dove sta Vinayaka? Quando l'uomo usa male le proprie capacità intellettuali, va incontro a molte difficoltà, mentre se le usa nel modo dovuto avrà una vita facile e tranquilla. Qualunque sia il vostro lavoro, ricordatevi di essere uomini ed eseguite i vostri doveri con tutta l'intelligenza di cui siete dotati.

Unità in tutto
[28] Narasimha ha ricordato poco fa che c'è un solo Dio, che è onnipotente; che c'è una sola casta, la casta dell'umanità; che c'è un solo linguaggio, il linguaggio del cuore; che c'è una sola religione, la religione dell'amore. Tutto ciò significa che religione e umanità si equivalgono. I cinque sensi sono comuni a tutti, non hanno casta come non ne hanno i cinque elementi. L'aria, l'acqua, il fuoco, lo spazio, la terra non appartengono ad una casta o ad una religione specifica: sono a disposizione di tutti.

La preghiera di Sudasa
[29] Se si dimentica Dio, il mondo esteriore si impossessa dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Molti secoli fa Sudasa cantò:

Ti ho dimenticato, Signore.
Nell'infanzia nulla sapevo di Te;
nella giovinezza l'inquietudine mi ha ottenebrato
ed ho perduto il tempo
passando da un'infatuazione all'altra;
e Ti ho dimenticato, Signore.
In gioventù si commettono molti errori
e ne siamo sommersi;
il tempo passa e si continua a sbagliare,
così la vita se ne va in rovina.
Poi ci si accorge di aver sciupato il tempo,
o Signore!"
Le feste
[30] Si dovrebbe cercare di capire il vero significato delle cose. C'è per esempio, l'usanza di celebrare le festività religiose, e si trascorrono come se fossero domeniche o giorni di vacanza. Ma quelle feste sono sacre e devono essere dedicate a Dio. L'uomo non può capire il gioco divino. Rallegratevi per l'opportunità che Dio vi dà di festeggiarlo. Non intavolate discussioni inutili, che vi fanno solo perdere tempo.

L'amore
[31] Ricordatevi che l'amore è la cosa più importante, ricordatevi che con l'amore si può tenere unito il mondo. Dove manca l'amore si insinua l'odio che fa degenerare la natura umana e manda in rovina l'umanità. È più facile nutrire sentimenti d'amore che di odio, e se rinunciate alle cose più facili, ne troverete altre molto più difficili.

La verità
[32] Dire la verità è facile; per mentire bisogna essere molto abili, altrimenti si va incontro ad un sacco di fastidi. Dimenticando ciò che si è detto la prima volta, si finisce per raccontare un'altra bugia, e poi, per sostenerla, se ne dovranno inventare altre dieci. Siate sinceri, parlate gentilmente e ricordate che Dio è Verità. La Verità è la base su cui poggia il mondo; essa non può essere afferrata in tutta la sua interezza dalla mente umana perché trascende il tempo, la ragione e le circostanze. Il Vedanta la chiama Rita, ossia Legge, Verità divina, trascendentale, non soggetta a modifiche, eterna. È quella Verità che vi deve sostenere, guidare.

Unità in Dio
[33] Se vi domandano dov'è Dio, rispondete che Dio è dovunque; non c'è luogo in cui non sia presente. Tutto è Dio: la sofferenza, la gioia, ciò che è visibile, ciò che è tangibile; tutto, tutto è Dio, solo Dio. Allorché l'uomo avrà acquisito una tale potenza mentale, una così ampia larghezza di vedute, potrà capire molto bene il concetto di "unità". Allora le relazioni fra gli uomini potranno essere migliori. Per prima cosa è indispensabile avere una grande fede. I nomi attribuiti a Dio sono tanti, e diversi l'uno dall'altro, ma Dio è unico. Ogni essere umano è un'in-carnazione divina.

Fede e azione retta
[34] Abbiate fede, seguite la legge della Rettitudine, uniformate la vostra condotta alla verità, e la vostra vita sarà santa. Anche le più piccole frasi, le più semplici parole hanno la loro importanza. Se si batte il latte in una zangola si otterrà il burro; se si fa ribollire l'acqua si avrà il vapore. Ma con le sole parole non si ottiene nulla.

"Io sono luce"
[35] Convincetevi che ogni cosa è divina, che tutto è Dio. Se, per esempio, pensate: "Io sono nella luce, io sono la luce, la luce è in me, la luce sono io. Io e la luce siamo la stessa cosa", sentite in voi la luminosità, sentite di essere fatti di luce. "Io" sta per amore; l'amore è luce e vive di luce. Chi riesce a fare questa esperienza si immerge in Dio. La luce è conoscenza; l'amore è preghiera, adorazione.

La "devozione" egoica
[36] La devozione è superiore persino alla conoscenza e si può facilmente trarne gioia. Dio può essere conquistato solo con l'amore, con l'amore spontaneo che non viene dall'esterno e che non è soggetto a cambiamenti. La devozione mossa dal desiderio di raggiungere una buona posizione è basata su interessi di tipo commerciale. "Signore, se gli esami mi andranno bene, ti offrirò due noci di cocco". È devozione questa? Non è un patto d'affari?

Può stare Dio "in noi"?
[37] Se si chiede a qualcuno dov'è Dio, ci si sente rispondere che è nel suo cuore. È un errore. Se dici che Dio è in te, vuol dire che tu sei più grande di Dio. Se nella mia mano c'è un fazzoletto, la mia mano, per contenerlo, deve essere più grande del fazzoletto. Quindi rispondere che Dio è in te, non è appropriato, perché Lo limiti alla tua dimensione. Tu, voi, Io, noi, tutti siamo Dio. Soltanto così possiamo esprimere la Sua vera grandezza. Tutti noi siamo in Dio, ma Dio non è in noi (Dio, nella Sua grandezza, ci contiene tutti, ma noi, singolarmente, non possiamo racchiuderLo nella Sua totalità, NdR). Cercate di capire bene questo concetto. Il Principio Divino è stato così enunciato dai Veda: "È l'Essere più piccolo fra le cose piccole; è il più grande fra le cose grandi". La distanza che ti separa da Dio è la stessa che separa Dio da te. Se trasformi il tuo amore in sentimenti divini, Dio ti si avvicina; è più vicino di una madre che, per qualche motivo, ogni tanto può allontanarsi da te; ma Dio non si allontana mai.

Pensiero in Dio
[38] Non continuate a pensare che Dio vi sorvegli; pensate invece che siete voi Dio. L'amore e la santità dei pensieri potranno farvi capire Dio. Per celebrare una ricorrenza festiva nel migliore dei modi, occorre santificare il tempo pensando a Dio e meditando su Dio per tutta la giornata.

Amore, non egoismo.
[39] Incarnazioni del Divino Amore quali voi siete, dovete far nascere l'amore in voi se non volete essere inferiori agli stessi animali che, almeno, dimostrano di avere qualche sentimento affettuoso, mentre sembra che l'uomo abbia soltanto affetti egoistici. Eliminate l'egoismo, vivete nell'amore, vivete nella verità e raggiungete la meta.

Dio scende per amore
[40] La discesa di Dio sulla terra non risolve i vostri piccoli problemi per la cui soluzione bastano le preghiere: non è necessario che Dio si muova. Egli viene per infondere in voi l'amore, per alimentarlo e distribuirlo fra gli uomini. Dio, che è l'amante dell'amore, vuole insegnarvi ad amare e a tal fine prende fattezze umane.

I frutti dell'amore
[41] Amate i vostri simili, siate solidali nell'amore, aiutatevi l'un l'altro: questo è il vostro più grande dovere. La vita è fatta di alterne vicende: quale che sia la situazione che dovete affrontare, non siate mai malevoli, non usate parole offensive. Un tondino di ferro che si rompe può essere riparato, ma se la mente va in pezzi a causa di un'offesa, è difficile rimetterla a posto... Se fate del male a qualcuno, la vostra sofferenza sarà poi dieci volte più grande del male che avete fatto. Seminate fiori se volete raccogliere fiori; se seminate spine che cosa potete pretendere? Purificate i vostri sentimenti e la vostra vita sarà pura, saturatevi di Amore, non barattatelo come fosse un affare commerciale.

L'amore di Dio è sacro: se imparerete ad amare Dio, sia pure in misura minima, la vostra vita ne sarà compensata. Fate dunque che in voi germogli e sbocci l'Amore.



(Prashanti Nilayam, 15 Settembre 1988 - Festività di Vinayaka Chaturti,
Nascita di Ganesha)
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(12) Con il termine Atman si indica lo Spirito, ma non nel senso adottato da molte correnti occidentali, che usano questa parola per indicare l'anima in quanto psiche, complesso di sentimenti che ci differenziano dagli animali. "Spirito", nell'accezione da noi usata, è sinonimo di Spirito Santo, il Sé, la Pura Coscienza. L'Atman, dunque, è da ritenersi come "l'Assoluto in noi", completamente fuori dalle dimensioni tempo-spazio-causa e, perciò, identico all'Assoluto, Dio, il Brahman. È l'Atman che dà vita a tutto e tutto si riassorbe nell'Atman. Nella tradizione biblica, con il termine "Spirito" si includono numerosi significati. Quello che corrisponde all'Atman è "essenza della vita", come si trova nel Salmo 104: "Mandi il Tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra". (torna al testo)

(13) Le Gopi erano le pastorelle che adoravano l'avatar Krishna. (torna al testo)

(14) Narasimha fu una delle dieci incarnazioni avatariche di Vishnu. Il suo corpo era per la metà inferiore uomo e la metà superiore leone. Il re Hiranyakashipu fu urtato dalla incrollabile fede in Vishnu del proprio figlio Prahlada, al punto che lo volle sottoporre a crudeli persecuzioni. Narasimha fu l'incarnazione della prodezza e del coraggio. (torna al testo)

(15) Narada è il nome di un saggio ricordato nell'Atharva-Veda Samhita. Ma questo nome compare anche in altri testi, che lo presentano come sacerdote e maestro. Numerosi sono i riferimenti a questa figura, per cui Narada compare in molte opere, diverse anche per datazione. Shamkaracharya spiega la coincidenza affermando che esseri perfetti come Narada, pur liberi ormai da ogni vincolo di ignoranza e illusione, passano attraverso rinascite, fino ad esaurire completamente la loro missione. (torna al testo)

(16) Vedasi la Scheda di studio n°2. (torna al testo)

(17) Ampia raccolta di scritti sacri, di carattere sia narrativo che didattico. Letteralmente significa "Grande India" ed è a questo corpo di scritti che appartiene la celebre Bhagavad Gita. (torna al testo)

(18) In senso figurativo, Parvati è la "moglie" di Shiva. Ovviamente questo connubio non ha nulla a che vedere con qualcosa di umano, ma sta ad indicare che Parvati è l'Energia (Shakti) del Signore Cosmico, chiamato Shiva o Ishvara o Parameshvara. (V. Scheda di studio n°2). (torna al testo)

(19) Ravana, fratellastro di Kubera, era sovrano di Shri Lanka, l'odierna Ceylon. Egli era anche il capo delle tribù indigene delle vicine regioni continentali dell'India Meridionale. Nel Ramayana, Ravana viene descritto come un avversario crudele, lascivo e privo di scrupoli, nemico numero uno di Rama, raffigurato a sua volta come l'archetipo delle virtù umane. (torna al testo)







SCHEDA DI STUDIO N° 2
Ganesha
Signore delle Schiere Celesti


Ganah in sanscrito significa "moltitudine" ed Isha significa "Signore". Ganesha vuol dunque dire "Signore di tutti gli esseri". È figlio primogenito del Signore Shiva, il quale rappresenta la Realtà Suprema, la più elevata forma di coscienza (Cit-Svarupa).

Nel Padma Purana si narra che la Madre del Cosmo, Parvati (cioè Colei che possiede i tre parva, ossia gli aspetti della Sapienza, della Volontà e dell'Azione), abbia generato l'Universo nel momento di maggior equilibrio fra le tre qualità. La Madre universale sposò Shiva, cioè Dio o la Coscienza Suprema: questo matrimonio indica l'unione del Finito coll'Infinito.

Un giorno Madre Parvati si cosparse il corpo di olio e polvere fragranti e, con il profumo emanato, creò una forma maschile con la testa d'elefante. Poi immerse questa creatura nelle acque del sacro Ganga, seconda divina consorte del Signore Shiva. A contatto con l'acqua, quell'immagine prese vita. La Madre Parvati e la Madre Ganga lo chiamarono "Figlio". Tutte le divinità e i saggi resero omaggio a quel bellissimo essere e lo chiamarono Gan-geya, il figlio di Ganga.

Il figlio di Shiva è il simbolo di colui che ha realizzato la Consapevolezza Suprema, che ha scoperto la Divinità in se stesso.

Ci sono altri nomi che vengono attribuiti a Ganesha: Ganapati (Condottiero dei Gana o Esseri Celesti o Deva); Gajanana (Gaja = elefante, Anana = faccia: Faccia d'elefante); Vinayaka (Supremo Condottiero, letteralmente "Colui che non si fa condurre"); Vighneshvara (Signore di tutti gli ostacoli). Quest'ultimo attributo viene ricordato in tutti i rituali d'iniziazione indù e, secondo la sua etimologia, sta ad indicare la completa vittoria su tutte le sfide della vita. È comune credenza che, se Lo si invoca, nulla può resistere alla Sua Grazia, nemmeno un potere divino: niente è impossibile ad Essa.

Secondo la mitologia indù, Ganesha sposò Lakshmi e Sarasvati, che rappresentano rispettivamente le divinità della Prosperità e della Conoscenza; queste unioni non sono che il simbolo della Sua abilità sia nella Conoscenza (Vidya) che nelle imprese terrene (Avidya). Gli Occidentali rimangono molto impressionati dalla figura mitologica con cui viene rappresentato Ganesha: una divinità con la testa d'elefante, una zanna mozza, il ventre obeso, una gamba ripiegata e sollevata da terra, quattro braccia, del cibo davanti e un topo vicino che sembra chiedergli il permesso di mangiare. In verità, questa non è che una rappresentazione mistica, i cui molteplici e profondi significati sono affidati a dettagli, che esprimono uno stato di perfezione e ne descrivono i modi per raggiungerla.

La grande testa d'elefante pone l'accento sulla dimensione delle capacità di apprendimento, essenzialmente intellettuali, necessarie a chi scruta nel pensiero vedantico e sulla suprema saggezza, che è la mèta del ricercatore.

Le enormi orecchie simboleggiano la grande sapienza dell'educazione spirituale, frutto dell'ascolto (Shravana) delle verità eterne e della riflessione (Manana) su quelle verità.

La proboscide sta ad indicare le capacità intellettive emanate dalla saggezza e manifestantisi nella facoltà della discriminazione. Vi sono due tipi di intelletto: elementare e sottile. L'intelletto elementare, ad uno stadio rudimentale, è quella forma di discriminazione che si applica alle cose del mondo. Esso ci permette di operare distinzioni fra le realtà terrene, fra il giorno e la notte, il bianco e il nero, la gioia e il dolore, ecc. L'intelletto sottile ci permette di discriminare fra concetti più elevati come il finito e l'infinito, il reale e l'irreale, il trascendentale e il fenomenico. Un uomo che raggiunge la realizzazione di Ganesha possiede appieno i due tipi di intelletto: è in grado di comprendere perfettamente sia le realtà terrestri che quelle trascendenti. La proboscide simboleggia pure uno strumento capace sia di sradicare un albero che di cogliere un fiore. Non è facile trovare un mezzo meccanico che abbia insieme le qualità di forza e di delicatezza: una chiave inglese può serrare la catena di una ruota, ma non riparare un orologio da polso. Nella proboscide dell'elefante va intravista la malleabilità dell'attitudine discriminativa perfetta, capace di penetrare sia nel mondo materiale che in quello soprannaturale.

Questi due mondi sono rappresentati dalle due zanne di Ganesha, di cui una è spezzata, a ricordo di una lotta con Parashurama, un grande discepolo del Signore Shiva: essa ricorda che chi ha lottato per la verità e ha compreso veramente il Vedanta è al di là di ogni dualismo. L'uomo ordinario si dimena tra le alterne vicende della vita. L'uomo perfetto è, invece, fondato sulla Saggezza più elevata, non è affetto da simpatie (raga) o da antipatie (dvesha), non viene contaminato dalle circostanze buone o avverse, non si fa condizionare da avvenimenti gradevoli o sgradevoli. In altre parole, pur vivendo fra le contraddizioni del mondo, rimane inalterato. Caldo e freddo, gioia e tristezza, onore e disonore non lo turbano n‚ lo influenzano. Oltrepassando il dominio degli opposti, egli diviene uno Dvandvatita, uno che trascende gli opposti, la dualità, Ganesha in persona.

Altra caratteristica di Ganesha è il ventre prominente e un grande appetito, che stanno ad indicare la capacità di "ingerire" qualunque esperienza, freddo e caldo, guerra e pace, nascita e morte, mentre ogni genere di tribolazioni continua a lasciarlo indifferente.

Nella mitologia indù si narra la seguente storia.

Il tesoriere del Paradiso, Kubera, si recò un giorno sul monte Kailash per avere il darshan (la visione) di Shiva. Poiché era vanitoso, Lo invitò ad una cena nella sua sfarzosa città, Alakapuri, in modo da poterGli esibire tutte le sue ricchezze ed i suoi sfarzi. Il Signore sorrise e gli disse: "Non posso venire, ma puoi invitare Ganesha. Ti avverto che è un vorace mangiatore!"

Per nulla preoccupato, Kubera era pronto a soddisfare con la sua opulenza anche una fame insaziabile come quella di Ganesha. Prese con sé il piccolo Vinayaka e lo portò nella sua città. Provvide ad offrirgli un bagno cerimoniale e a rivestirlo di abiti sontuosi. Dopo questi riti iniziali, il grande banchetto. Mentre la servitù di Kubera si faceva in quattro per servire tutte le portate, il piccolo Ganapati si mise a mangiare, mangiare e mangiare... Il suo appetito non si arrestò neppure dopo aver divorato le portate destinate agli altri ospiti. Non c'era nemmeno il tempo di sostituire una portata all'altra, che il piccolo Ganesha aveva già divorato tutto e, con segni di impazienza, attendeva nuovo cibo. Divorato tutto quanto era stato preparato, Ganesha incominciò a mangiare decorazioni, suppellettili, mobili, lampadari,... Atterrito, Kubera si prostrò davanti al piccolo onnivoro e lo supplicò di risparmiargli il resto del palazzo.

"Ho fame. Se non mi dài altro da mangiare divorerò anche te!", disse a Kubera. Il dio della ricchezza, disperato, si precipitò al monte Kailash per chiedere a Shiva un rimedio urgente. Il Signore gli diede allora una manciata di riso abbrustolito, dicendo che quello l'avrebbe saziato, Ganesha aveva già ingurgitato quasi tutta la città, quando Kubera gli donò umilmente il riso. Ganesha si saziò con quel cibo e si calmò.

Questa storia, che proviene dai Purana, insegna che l'uomo attratto dalla perfezione non viene saziato dalle gioie mondane, simboleggiate dal banchetto di Kubera. Inseguire i beni materiali non potrà mai dare pace, soddisfazione o felicità. L'unico modo per conseguire la pace più completa sta nel consumare le vasana, i desideri occulti della mente. Questi desideri, infatti, sono come il riso abbrustolito che ha perso la germinabilità. La pace e la beatitudine arrivano perciò quando si sono distrutti i desideri più reconditi. E, a somministrare questa manciata di benèfico riso, è il Maestro Supremo, il Signore Shiva, che col fuoco della Conoscenza cauterizza il desiderio sul nascere, togliendogli ogni possibilità di svilupparsi.

Ganesha siede con una gamba sollevata da terra e l'altra col piede che poggia a terra. I Purana lo spiegano: significa che un aspetto della sua personalità si interessa al mondo, mentre l'altro è sempre radicato nella concentrazione sulla Suprema Realtà. L'uomo che somiglia a Ganesha vive come ogni altro nel mondo, senza però essere del mondo, concentrandosi e meditando fondamentalmente sull'Atma.

Ai piedi del Signore, come davanti ad uno yogi, vi è una gran quantità di cibo. Esso simboleggia la ricchezza, il potere e la prosperità materiali, che si possono raggiungere dopo aver seguito i principi di vita, di cui s'è detto sopra. Sono ai suoi piedi, perché tutti i poteri e le forze cosmiche sono sempre a disposizione dell'uomo che vive secondo lo spirito di Ganesha.

Vicino al cibo c'è un topolino con lo sguardo rivolto a Ganesha. In altre rappresentazioni, il topolino viene cavalcato dal piccolo Ganesha nel bel mezzo dei cibi. Ma esso non li tocca. Sembra quasi attendere un cenno per poter fare di tanto in tanto degli assaggi. Il topo è simbolo del desiderio: infatti, come il desiderio, pur avendo una piccola bocca, con la sua tenace e lesta dentatura, può mandare in rovina un intero granaio. È nota l'avidità di questi roditori che rubano più di quanto possano mangiare, abbandonando spesso le riserve alimentari da loro stessi accumulate. Così è il desiderio. Un solo piccolo desiderio che si insinua nella mente di un uomo può rovinare il patrimonio sia materiale che spirituale, raggiunto in anni di faticoso lavoro. Lo sguardo rivolto non al cibo, bensì a Ganesha, denota che il desiderio di un uomo perfetto è completamente sotto controllo. Le azioni di una simile persona sono motivate dalla sua chiara discriminazione e dalla sua facoltà di giudizio, anziché dalla bramosia per i vari oggetti del mondo.

Presso gli Indù si crede che sia di cattivo auspicio guardare la Luna nel giorno di Vinayaka Chat–rti, giorno in cui nacque Ganesha, perché nei Purana si racconta che la Luna avesse deriso Ganesha, vedendolo cavalcare il topolino. Ma, anche in questa scena c'è un significato di profondo valore. L'uomo che anela alla perfezione usa ogni mezzo, tra quelli che gli sono stati dati, pur di raggiungere alla mèta: corpo, mente ed intelletto, in realtà, sono sproporzionati al confronto con l'Atma infinito ed il loro accostamento può sembrare grottesco. Il realizzato non ha mezzi per esprimere o comunicare la sua esperienza dell'Infinito. Per questo, le parole e le azioni dei maestri spirituali ci risultano spesso incomprensibili ed assurde. La derisione della Luna allegorizza l'ignoranza della mente umana, che trova molti rappresentanti fra coloro che si beffano dei sacri insegnamenti e dei grandi maestri dello spirito. L'immagine di Ganesha che cavalca il topolino, dunque, è anche un ammonimento ad evitare la catastrofe che colpisce le generazioni incredule e beffarde.

Infine, il Signore degli ostacoli - Vighneshvara - ha quattro braccia, che rappresentano i quattro attributi interiori del corpo sottile: Manas (la mente), Buddhi (l'intelletto), Ahamkara (l'Ego) e Citta (la Coscienza condizionata). Ganesha rappresenta la Pura Coscienza, l'Atma che mette in funzione i quattro elementi.

In una mano brandisce un'ascia, simbolo della recisione di tutti i desideri ed attaccamenti apportatori di sofferenza; nell'altra una fune, simbolo della forza che attrae il devoto lontano dal caos e dalla confusione per legarlo all'eterna beatitudine del S‚. Nella terza mano tiene una palla di riso, simbolo della felice ricompensa che spetta al devoto. Il devoto, infatti, man mano che prosegue il suo cammino di evoluzione spirituale, ottiene gioia e appagamento. Nella quarta mano tiene un fiore di loto (padma), che simboleggia la più alta mèta dell'evoluzione umana. Con il loto in mano Ganesha conduce l'attenzione di tutti i cercatori a quello stato supremo a cui ciascuno di essi aspira con le dovute pratiche spirituali e benedice tutti i suoi devoti e li protegge, perché giungano indenni a quella Mèta.

(Swami Cinmayananda)